21 Giugno 2012
La presidente di Informest Silvia Acerbi è intervenuta ieri alla giornata di apertura del Forum sul “Futuro dell’Internazionalizzazione” promosso da Finest, in collaborazione con Sace, per approfondire le opportunità per le aziende italiane nell’apertura a nuovi mercati. Tutto incentrato sul ruolo di Bruxelles e sulla prossima programmazione UE l’intervento di Acerbi.
Buongiorno a tutti. Ringrazio innanzi tutto il Presidente Pujatti per questo invito, a me particolarmente gradito: non sono infatti molte le occasioni in cui Informest e Finest hanno modo di comparire insieme: due organizzazioni nate dalla stessa legge dello stato 19/91 sulle aree di confine, con competenze diverse e un comune denominatore, la cooperazione economica e finanziaria internazionale.
Ringrazio quindi Finest, perché sono convinta che le occasioni che riuniscono le due Agenzie ci rafforzano, reciprocamente, facendo emergere con chiarezza le diverse missioni affidateci.
La legge 19/91 ci ha indicato una strada vent’anni fa. La strada della cooperazione in un nuovo scenario di sviluppo europeo, quando l’Europa si chiamava ancora Comunità Economica Europea (CEE). Questo obiettivo rimane ancora prioritario, seppur aggiornato nei metodi. Informest, nella sua ventennale storia ha vissuto tre programmazioni comunitarie, ha attratto fondi dell’Unione Europea nel nostro territorio, ma soprattutto ha saputo spenderli a favore dell’area di legge.
Il momento storico che stiamo vivendo sta imponendo nuovi scenari internazionali mai come oggi pieni d’incognite, in cui la dimensione globale è tanto forte quanto quella territoriale.
Sono stata invitata a parlare qui di Italia, Bruxelles e resto del mondo: quanto conta oggi Bruxelles?
Vorrei rispondere con un’altra domanda, davvero attuale: quanto vogliamo che conti oggi Bruxelles?
Non è una domanda nuova, e, soprattutto, è una domanda “politica”: del tutto recente è però la grave urgenza di una risposta.
Un’urgenza che riguarda tutti noi: istituzioni, territorio, la vita delle persone.
E pur essendo, questa, una sede aperta a una discussione più “tecnica”, è un’urgenza che non possiamo naturalmente ignorare: la crisi fa domandare davvero a tutti “quanto vogliamo che conti oggi Bruxelles?”. Curiosamente una domanda un tempo riservata agli addetti ai lavori, sta diventando un argomento di tutti.
Lasciatemi rispondere con una provocazione: conterà quanto noi vogliamo che conti. E questo vale non solo a un livello nazionale – come evidente, talvolta drammaticamente, dall’attualità di queste settimane – ma anche a livello territoriale. Bruxelles potrà contare tanto quanto siamo disposti a investire in questa direzione: risorse umane innanzi tutto, competenze tecniche, relazioni istituzionali.
Potrà sembrare una meta fuori moda Bruxelles: oserei dire, pericolosamente fuori moda. Eppure credo che è proprio da lì che si debba ripartire.
C’è di sicuro una cosa: la programmazione 2014-2020 – come già avvenuto in passato per le altre programmazioni – individua temi e orientamenti non solo in sintonia con i tempi che stiamo vivendo, ma persino più avanti dei nostri tempi. In genere, possiamo dire, le programmazioni europee hanno sempre saputo cogliere con grande anticipo le mutazioni in atto nella geografia politica ed economica della nostra Europa: pensiamo ai contenuti dell’Agenda di Lisbona o della Strategia di Goteborg.
L’Europa ci sta in questi giorni dimostrando come la sua anima tecnica – accusata spesso di essere troppo complessa, macchinosa, burocratica – abbia saputo però esprimere visioni molto più innovative della sua anima politica.
La programmazione 2020 è perfettamente in sintonia con i proprio tempi: conoscerla significa disporre di uno strumento strategico che noi continuiamo a considerare prezioso.
Un esempio pratico: il POR, il cosiddetto programma operativo regionale che opera sui fondi europei per lo sviluppo regionale. Un esempio quindi che ci riguarda da vicino.
Ebbene nella nuova programmazione le attività del Programma Operativo Regionale potranno svilupparsi lungo tre sole assi portanti: ricerca e innovazione, competitività, economia a basse emissioni di carbonio in tutti i settori. Il POR quindi acquista, rispetto al passato, una qualità che contraddistingue l’intera programmazione 2020: la concentrazione tematica, che, naturalmente, va a braccetto con la concentrazione delle risorse.
Poche cose – o perlomeno meno cose di un tempo – fatte molto bene.
Questo ci introduce a un altro aspetto fondamentale della programmazione: la valutazione, sempre più accurata, dei risultati.
Ebbene, in questi elementi fondanti – concentrazione risorse e valutazione dei risultati – si esprime di certo una direttiva strategica perfettamente allineata alle esigenze di questi tempi.
Con una precisazione fondamentale: i fondi non bisogna soltanto saperli attrarre ma anche saperli usare. E’ perfettamente inutile essere allineati da un punto di vista delle strategie, se poi non si dispone di una capacità esecutiva sul territorio.
In qualità di agenzia pubblica partecipata sia dalle regioni che dallo stato italiano, Informest ha attivato al proprio interno un “microsistema” di attrazione dei fondi, basato sulla conoscenza delle dinamiche programmatorie a favore del sistema economico territoriale, che rappresenta oggi un laboratorio unico di nuovi modelli di internazionalizzazione territoriale sostenibile.
Bruxelles, quindi, serve eccome, e continuerà a servire sempre più, soprattutto se il territorio sarà in grado non solo di guardare a Bruxelles ma di operare secondo le linee guida che Bruxelles espone.
Mi preme sottolineare qui: non è solo un modo per accedere ai fondi strutturali – perché in futuro sarà un accesso sempre più competitivo, nel senso che solo chi dimostrerà di sapere usare bene i fondi potrà accedervi.
E’ molto di più: è l’unico modo per le realtà territoriali di affacciarsi sugli scenari internazionali senza esserne schiacciati.
Un esempio significativo per tutti e a cui la regione Friuli Venezia Giulia è molto sensibile: le infrastrutture.
L’evoluzione dei modelli di trasporto lungo assi sovranazionali, ha da tempo spostato l’attenzione delle politiche europee da una dimensione regionale a una dimensione macro-regionale. Informest segue da tempo l’argomento e da tempo non perdiamo occasione di sottolineare come le direttive europee incoraggino verso questa dimensione che allarga gli orizzonti della cooperazione transfrontaliera: un esempio di recente attualità, il corridoio adriatico – baltico, ormai prossimo al riconoscimento.
Un asse verticale di collegamento che potrebbe dare un nuovo futuro al ruolo dell’Adriatico – un futuro quindi da reinventare in una dimensione macro-regionale, distante anni luce da inutili competizioni locali.
Questa sfida dovrebbe essere una priorità della nostra agenda prima ancora che di Bruxelles: quello che può dare Bruxelles è un impulso determinante – anche in termini finanziari naturalmente. A tutti gli effetti potremmo dire che se l’Ue ci dà le biciclette..sta a noi pedalare!
E’ vero che Bruxelles ha molti meriti comunicati male, o faticosamente applicati. Non sono in molti a sapere, nemmeno fra gli addetti ai lavori, che l’adozione dello Small Business Act – il provvedimento chiave dedicato alle piccole medie imprese e parte integrante della nuova programmazione – risale a giugno 2008, proprio a un passo dall’inizio simbolico della prima grande crisi a settembre 2008 (quando si dice delle capacità anticipatorie dell’Europa).
A distanza di quattro anni lo Small Business Act dimostra tutta la sua attualità, mettendo al centro della crescita europea la piccola media impresa, spina dorsale della nostra economia.
Tra i punti fondamentali del provvedimento ci sono alcuni aspetti su cui oggi si gioca una partita cruciale: i limiti ai pagamenti posticipati da parte delle pubbliche amministrazioni, la riduzione dei costi e dei tempi d’apertura di una società, la facilitazione d’accesso al credito, nuove strategie per i cluster a livello mondiale. Come vedete, niente di superato: anzi, quasi tutto da fare.
Di certo, le difficoltà di questo periodo sembrano poter mettere in discussione tutto: sembra persino facile poter dimenticare quanto abbiamo beneficiato, in questi anni, non solo di un mercato comune, ma di una fluidità di movimento di persone, di merci, di conoscenza cui siamo tutti profondamente abituati. Diamo per scontati molti benefici per i quali molti paesi in questo momento, pensiamo al sud est europa, stanno lavorando duramente per poterne fare parte. Informest lavora da sempre per l’allargamento dell’Unione Europea e da sempre sottolinea il grande potenziale di sviluppo che questo processo significa per il nostro territorio.
Personalmente dico che Bruxelles conta, continua a contare. Si percepisce una voglia diffusa di pensare il contrario: dico che credere di farcela da soli sarebbe un’insensata sottovalutazione delle conseguenze reali, oltre che un inutile riportare indietro le lancette della storia.